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Nel 1973 Kodak inventò la fotocamera digitale, ma la tenne nascosta

Nel 1973 l’ingegnere di Kodak Steven Sasson creò il sistema usato ancora oggi, ma l’azienda non volle mettere in discussione il business delle pellicole

È una di quelle storie da film che ogni tanto emergono dal mondo tech e raccontano di uomini e macchine, visioni e cecità, innovazioni e destini che cambiano. Questa, se fosse andata in un altro modo, avrebbe cambiato le sorti del mondo della fotografia: Kodak inventò la fotocamera digitale già nel 1973, ma decise di non investire perché non seppe leggere il futuro.

Nel 1973 iPhone non era ancora nella testa di Steve Jobs e il papà di Instagram non era nemmeno nato. La fotografia era tutta macchine meccaniche, otturatori manuali e scelta dei tempi, camera oscura, liquidi per lo sviluppo e carta sensibile. A quei tempi nella già gloriosa Eastman Kodak, leader assoluta nel settore, era appena entrato nell’organico l’ingegnere Steven Sasson. Il ventiquattrenne americano lavorava sui CCD (charged coupled device) da poco inventati, un lavoro non particolarmente importante su un progetto come tanti altri. In un’intervista al New York Times spiega che l’impiego “forse serviva a evitare che mi mettessi a fare casini”.

Il sistema CCD consisteva in un sensore che catturava la luce in due dimensioni e la trasformava in un segnale elettrico. In realtà aveva grossi difetti e non si riusciva ad archiviare le immagini, cosa che generava frustrazione in Sasson. Così l’impiegato provò a catturare e registrare l’immagine attraverso un processo nuovo per l’epoca: la digitalizzazione, ovvero la trasformazione di impulsi elettrici in numeri.

Questo approccio costrinse Sasson ad aprire un nuovo passaggio tecnologico: trasferire l’immagine in una memoria RAM e da lì su un nastro magnetico digitale. Nacque così un aggeggio azzurro costituito da una macchina di Rube Goldberg, una lente proveniente da una videocamera Super-8, un registratore digitale a cassette, 16 batterie al nickel cadmio, un convertitore analogico digitale e dozzine di circuiti fra loro collegati. Era grossa, pesante, assurda, ma era la prima fotocamera digitale della storia. Acquisiva le informazioni in digitale, le registrava sul nastro e le rendeva visibili su uno schermo tv. Ai tempi non era ancora nato nemmeno il primo computer domestico Apple (arriverà l’anno dopo).

Poteva essere l’inizio di una nuova era, che avrebbe travolto il mondo della fotografia tradizionale come poi è accaduto molti anni dopo. Solo che in Kodak non lo avevano capito, “convinti che nessuno avrebbe voluto guardare i propri scatti su uno schermo”, racconta Sasson. L’inventore fece una serie di dimostrazioni ai vertici dell’azienda: per uno scatto ci volevano 50 millisecondi, ma per archiviare un’immagine sul nastro servivano altri 23 secondi, poi altri 30 per farla comparire a video, nella forma di un quadrato in bianco e nero da 100×100 pixel. Non certo il massimo rispetto alle performance di oggi, ma già allora Sasson spiegava che i tempi si sarebbero ridotti e la risoluzione sarebbe aumentata con il progredire della tecnologia.

Basandosi sulla legge di Moore, valutò in 15-20 anni i tempi della rivoluzione e ventilò anche la possibilità di inviare le immagini ovunque attraverso le linee telefoniche. Nonostante questo, e nonostante fosse chiaro che il sistema fosse un nuovo paradigma in campo fotografico, la reazione dei vertici Kodak fu, a essere generosi, tiepida. Bocciarono il progetto, perché i manager volevano risultati immediati e 20 anni dopo sarebbero stati chissà dove.

E poi nessuno si era mai lamentato dopo quasi 100 anni di macchine analogiche, pellicole e stampe su carta, settori su cui l’azienda americana esercitava una sorta di monopolio: dalle Instamatic al Kodak Film, dai cubetti per il flash alle soluzioni chimiche, dalle diapositive alla carta, ogni passo del processo fotografico arricchiva i successori di George Eastman fin dal 1888.

Così Sasson venne invitato a proseguire il suo lavoro, cosa che portò al primo brevetto Kodak di una fotocamera digitale nel 1978, la electronic still camera. Ma all’ingegnere fu vietato di parlare e mostrare in pubblico la sua invenzione. Tutto doveva rimanere dentro le mura dell’azienda.

Potrebbe bastare, ma non è finita qui: nel 1989 Sasson e il collega Robert Hills crearono la prima reflex digitale, una fotocamera con sensore da 1,2 megapixel, con sistema di compressione delle immagini e archiviazione su memory card. Lo stesso sistema che si utilizza oggi. Ma anche qui il marketing Kodak si oppose alla commercializzazione, nel timore di erodere i profitti provenienti dalle vendite di pellicole.

Non si tratta interamente di una storia di ottusità manageriale: grazie al brevetto di Sasson, Kodak fece un sacco di soldi, vendendo i diritti di utilizzo della tecnologia digitale alle case che credettero nella rivoluzione della fotografia. Resta paradossale il fatto che l’azienda di Rochester, pur vedendo passare sotto i propri occhi questa mutazione epocale, si sia limitata a lucrare sul brevetto senza mettersi a produrre fotocamere. Questo fino al 2007, quando il brevetto è scaduto.

E poi? Nel 2012 il ramo fotografia della Eastman Kodak è finito in bancarotta, e ora l’azienda si limita alla produzione di stampanti industriali e professionali e prodotti chimici. Steven Sasson è stato ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Obama, che gli ha conferito la National Medal of Technology and Innovation. La sua prima fotocamera digitale del 1975 è conservata al National Museum of American History.

Via Wired

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