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Olivetti e la conquista della Luna

54 anni fa il lancio del P101, il primo desktop al mondo. Fu usato dalla Nasa per andare sulla luna. E poi copiato da Hp

«Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando». Così cominciavano le telecronache del famoso giornalista Rai, in servizio nella Grande Mela dal 1954 al 1969. È anche merito suo se nella storia della conquista della Luna anche l’Italia ha giocato una parte. Lo rivela per la prima volta Gianluigi Gabetti, presidente onorario di Exor (la finanziaria della famiglia Agnelli), alla vigilia del cinquantesimo anniversario del lancio a New York della Programma 101 (P101), «il primo desktop computer al mondo », come lo definì la stampa statunitense.

Il lancio avvenne il 14 ottobre 1965 a New York, quando Gabetti era il presidente della Olivetti in America. «Ero in azienda nel 1959 su invito del presidente Adriano Olivetti come assistente di suo figlio Roberto — racconta da Torino Gabetti, che il 29 agosto ha compiuto 91 anni —. Roberto allora era il direttore generale amministrativo: con lui ho avuto sempre un rapporto diretto e ho condiviso una lunga militanza. Nutrivamo una reciproca simpatia, durata anche dopo la mia uscita dalla società nel 1971. La notizia della sua malattia e poi la sua morte nel 1985 sono state per me un grande dolore».

Meraviglie

Olivetti negli anni Sessanta aveva ritrovato il pareggio di bilancio dopo aver superato grandi difficoltà finanziarie per merito di Guido Lorenzotti e dello stesso Gabetti. «All’inizio del 1965 Roberto mi chiamò per dirmi che vedeva per l’intero gruppo l’occasione di un nuovo rilancio — ricorda Gabetti —. Mi spiegò che aveva messo in produzione un nuovo prototipo di computer, la P101. Io ero molto meravigliato: tutta l’operazione era stata fatta in gran silenzio». Infatti era stato interpretato in modo particolare il contratto di vendita della Divisione elettronica a General Electric, conclusa l’anno prima: secondo quella interpretazione, la P101 non era un apparecchio elettronico, ma solo «una calcolatrice». «Il realtà la P101 era una macchina meravigliosa — continua Gabetti —. Me la spiegò il suo creatore Pier Giorgio Perotto, un ingegnere molto intelligente. Roberto pensò subito all’America per il lancio della P101. Ne era entusiasta. Voleva un evento vistoso. Così pensai di affittare la grande sala da ballo al Waldorf Astoria, l’albergo più prestigioso dell’epoca e di far condurre la presentazione a Ruggero Orlando, il più famoso giornalista italiano a New York. Oltretutto Orlando era laureato in Matematica e quindi si intendeva di tecnologia, infatti elaborò una presentazione fantastica».

Chissà, forse fra il pubblico c’era un inviato della Nasa oppure qualche scienziato o tecnico legato all’agenzia spaziale americana. Comunque giunse voce della novità nel quartier generale della Nasa, che decise di comprare 45 esemplari della P101 e li usò per preparare la missione Apollo 11, quella che nel ‘69 portò l’uomo sulla luna. Una foto storica mostra la macchina Olivetti sulla scrivania di uno scienziato Nasa che elaborava la traiettoria del viaggio, compilava le mappe lunari e sceglieva la località di allunaggio. E Ruggero Orlando deve aver ripensato all’evento Olivetti quando il 20 luglio 1969 dal centro di Houston della Nasa fece la telecronaca in diretta dello sbarco sulla luna di Neil Armstrong. Di certo la presentazione della P101 fece colpo.

Il giorno dopo, la notizia era sui principali quotidiani newyorkesi, dal Wall Street Journal al Daily News. «Possiamo vedere un computer in ogni ufficio persino prima di vedere due automobili in ogni garage», scrisse il New York Journal American: una rivoluzione per l’epoca. Di fatto l’Olivetti aveva anticipato l’idea del personal computer resa popolare dalla Apple 12 anni dopo. «Purtroppo la P101 arrivò in un’azienda che non era pronta per lanciare quel tipo di prodotto sul mercato Usa — osserva Gabetti —. Olivetti aveva comprato Underwood Typewriter Company, un’importante produttrice Usa di macchine da scrivere che però a quel punto era un’azienda già superata. Quando nel ’59 era arrivata a Ivrea l’offerta di acquistarla, l’ingegner Adriano Olivetti l’aveva vista come l’occasione per realizzare il suo sogno di tornare in America. Mi ricordo una riunione decisiva a New York: eravamo in sei, compreso Adriano Olivetti, che era molto eccitato. Ci raccontò di lui da bambino, davanti alla sede di Underwood con suo padre Camillo, che diceva “chissà se un giorno potremo comprarla”. Io avevo l’incarico di guardare i conti e avevo detto che era una società finita, forse da non toccare. Ma lui disse “Il presidente sono io e tocca a me decidere. Sta scritto nella Storia che Olivetti deve essere presente in America”. Io ne presi atto e dichiarai di impegnarmi perché questa sua volontà si avverasse. Tutti i presenti ne convennero. Avvertii che sarebbe stato comunque difficile sviluppare la nostra presenza negli Usa. In più furono commessi errori commerciali: invece di rivolgersi ad agenti di vendita, Olivetti si ostinò a creare una rete di filiali, con un costo immenso».

Il gruppo della P101 (eccetto Giuliano Gaiti). Seduti: Perotto (a sx) e De Sandre. Dietro: Garziera (a sx) e Giancarlo Toppi.

Il sogno e l’incubo

Così il sogno americano si trasformò in un incubo e contribuì alla crisi finanziaria di Olivetti. «Nel 1964 Roberto mi chiese di andare subito da lui in Italia per discutere con Bruno Visentini, che aveva ricevuto dalla famiglia l’incarico di trovare una soluzione — racconta Gabetti —. Visentini mi portò da Enrico Cuccia, che con Mediobanca stava organizzando il cosiddetto gruppo di intervento ». Formato da Fiat, Pirelli, Imi e La Centrale, il gruppo condivise il parere di Gabetti che era giusto continuare l’attività negli Stati Uniti. «Ma contrariamente alla posizione di Roberto Olivetti, insistettero che si abbandonasse l’elettronica dove l’azienda aveva investito ingenti cifre — continua Gabetti—-. Scelsero di vendere la Divisione Elettronica, compreso il Laboratorio, a General Electric». Per fortuna continuò a credere nell’elettronica un piccolo gruppo di dirigenti e ingegneri: Roberto Olivetti, Elserino Piol («Una persona a cui Olivetti deve moltissimo», sottolinea Gabetti) e la squadra guidata da Perotto che lavorava in segreto sul progetto P101. «La P101 avrebbe potuto avere un grande successo se avessimo potuto aprire un laboratorio negli Usa, come avevo proposto, per poter adattare velocemente la macchina alle esigenze dei clienti americani — osserva Gabetti —. Ma Olivetti decise di non farlo e di non creare una struttura commerciale adeguata. Di fatto aprimmo la strada alla concorrenza: Hewlett Packard prese l’idea della P101 e la rilanciò come propria sul mercato». Un’occasione persa. Ma anche la riprova che lo spirito creativo e innovativo italiano è capace di grandi cose anche nella tecnologia. Ricordarlo — come ha deciso di fare The Italian Heritage and Culture Committee of New York dedicando il mese della cultura italiana al tema Italian Creativity – 1965 New York World’s Fair/ 2015 Expo Milano: Celebrating 50 Years of Science and Technology — è un buon modo per caricarsi guardando alle potenzialità del futuro.

Via Corriere della sera

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